2×01 – L’alba del giorno dopo

E’ con immenso piacere che vi presento il primo episodio della seconda stagione di Moonlight. La storia inizia il giorno dopo (da qui il titolo) le vicende di Sonata. Ringrazio L.A. Calling per avermi aiutato a scrivere alcune scene di questo episodio e rinnovo l’invito a chi volesse aiutarmi a scrivere anche solo qualche episodio o qualche scena. Se volete potete scaricare l’episodio in formato PDF cliccando qui.
BUONA LETTURA!!! Mi raccomando voglio molti commenti anche brutti!!

Episodio di Moonlight numero 17 – 2×01
“L’alba del giorno dopo”
Scritto da J-Ax87 con la gentile collaborazione di L.A.Calling

Moonlight Season 2 – Fan Fiction prodotta da Moonlight Italia
Sito: https://moonlightitalia.wordpress.com
Forum: http://moonlightitalia.forumcommunity.net

E’ vietata la pubblicazione e l’utilizzo senza l’esplicita autorizzazione del creatore della serie.

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Con il sorgere del sole, Mick e Beth si svegliarono con il sorriso stampato sui loro volti. Avevano passato la prima notte insieme. A casa di Beth.
“Buongiorno” disse Mick sorridendole.
“Buongiorno” rispose lei ricambiando il sorriso e baciandolo sulla labbra.
I vampiri non possono dormire nel letto. Sarebbe come se un umano dormisse su una tavola di legno. Eppure Mick non sembrava affatto provato dopo quella nottataccia. Era felice come un bambino che riceve il suo regalo di Natale.
“Dormito bene?” chiese lui.
“Benissimo e tu?”
“Splendidamente”
Beth sfoggiò un altro dei suoi sorrisi irresistibili, uno di quelli capaci di irradiare tutta la stanza e di sciogliere anche il cuore della persona meno sensibile del mondo. Anche quello di un vampiro.
“Vieni qui” disse Mick abbracciandola e stingendola a sé per darle un bacio.
La ragazza si avvicinò e lo baciò un po’ frettolosamente.
“Devo andare o farò tardi. Talbot mi aspetta”
“Potrei diventare geloso di questo Talbot” disse il vampiro aggrottando le sopracciglia.
“Ed io potrei esserne felice” rispose Beth sorridendo.
I due si scambiarono un altro bacio, poi lei si alzò dal letto ed iniziò a prepararsi per uscire di casa. Anche Mick si alzò dal letto, infilò un paio di jeans ed una maglietta e disse:
“Anche per me è ora di andare”
“E dove?” chiese Beth curiosa mentre si infilava in un paio di pantaloni.
“A lavoro”
“Si, certo! Scappa altrimenti il tuo capo ti licenzia” disse ironica la ragazza.
“Quanto sei antipatica” disse Mick facendo una smorfia con la bocca.
Beth non rispose. Si limitò soltanto a mostrargli la lingua.
Quella mattina Mick e Beth sembravano due ragazzini, due adolescenti alle prese con il loro primo amore. Eppure non era così. Lui aveva la bellezza di 85 anni ed un matrimonio alle spalle, lei un quasi matrimonio con Josh. Sembrava comunque acqua passata.
“Ci vediamo dopo” disse Beth baciando ancora una volta Mick ed uscendo di casa prima che egli potesse rispondere.
Mick aggirò il letto e si soffermò dinanzi al comodino della camera di Beth. Su di esso c’era una sua foto di quando era piccola. Mick la prese tra le mani e la guardò per qualche secondo ripensando a quella terribile notte in cui aveva dovuto uccidere Coraline, o così aveva creduto, per salvarla. Chi l’avrebbe mai detto che qualche anno dopo si sarebbero svegliati insieme, nello stesso letto, innamorati più che mai!?!
Mentre era assorto nei suoi pensieri, Mick udì il suo telefono squillare. Lo prese in mano e vide che sul display era apparsa la foto del suo migliore amico, Josef.
“Pronto?”
“Mick dove sei? Sono passato a casa tua ma non c’eri”
“Sono a casa di Beth. Ho dormito qui stanotte”
“Ah, ti sei dato da fare eh? Bravo, bravo” disse sarcastico come sempre Josef.
“ Mi hai chiamato per…?” chiese Mick tentando di cambiare argomento.
“Ho bisogno di parlarti”. La voce di Josef si fece improvvisamente seria.
“Ti ascolto”
“No, non così. Dobbiamo vederci”
“D’accordo. Dammi qualche minuto e sono da te”
“Ma io sono da te”
“Oh, mi raccomando fai come se fossi a casa tua” disse Mick con un tono di rimprovero.
“Lo sai che lo faccio sempre!” rispose Josef.
Mick riagganciò il telefono, prese le chiavi della macchina e uscì dall’appartamento di Beth.

“Beth, vieni nel mio ufficio. Ho bisogno di parlarti”
Benjamin Talbot era affacciato dalla porta del suo ufficio e guardava in direzione di Beth che era appena arrivata a lavoro. La ragazza aggrottò le sopracciglia e, mentre camminava in direzione dell’ufficio del suo capo, si domandava il perché di quella convocazione.
“Dimmi” disse entrando nella stanza.
“Chiudi la porta”
Beth si voltò e fece come suggerito da Talbot.
“Non mi piace girarci intorno quindi verrò dritto al punto: ho bisogno di saperne di più su una persona e penso che tu possa essere la più adatta. Da quanto tempo lo conosci?” chiese Talbot senza specificare chi fosse il soggetto del suo discorso.
“Non so di chi stai parlando” rispose Beth facendo la finta tonta.
“Andiamo, sto parlando di Mick St. John. Da quanto lo conosci?”
“Per quale motivo sei tanto interessato a lui?” chiese sorpresa Beth. Aveva una paura terribile di ascoltare la risposta di Talbot a quella domanda.
“Ultimamente sembra che ovunque io vada ci sia anche lui. E’ stato immischiato in tutti i crimini recenti”
“Stai accusando Mick di essere un criminale?” Beth iniziava a perdere la calma.
“Non sto accusando nessuno. Voglio solamente capire in cosa diavolo è immischiato”
“Vuoi sapere perché è presente su tutte le scene dei crimini? Bene, te lo dirò. Mick è uno che prende il suo lavoro sul serio, forse se lo facessi anche tu riusciresti a risolvere qualche caso senza il suo aiuto”.
Beth visibilmente scossa, ma anche terrorizzata per la sicurezza del segreto di Mick, si voltò lasciando l’ufficio di Talbot e sbattendo prepotentemente la porta alle proprie spalle.
Come si dice, la miglior difesa è l’attacco.
Benjamin, seduto sulla sua sedia, rimase immobile per qualche secondo prima di sollevare un libro sotto il quale prese una serie di fogli legati tra di loro. Era una lista. La lista che aveva ricevuto nel suo ufficio la sera prima. Andò velocemente all’ultima pagina soffermandosi con lo sguardo su un nome ben preciso.
Mick St. John.

Mick aprì la porta del suo appartamento e trovò Josef seduto su una sedia mentre beveva del sangue che aveva versato in un bicchiere.
“Hey Mick!”
“Josef!”
Mick entrò in casa chiudendo la porta alle sue spalle.
“Non capirò mai come fai a vivere bevendo solamente questa robaccia” disse Josef indicando il bicchiere mezzo pieno che teneva in mano. “Non sai cosa ti perdi”.
“Dei banchetti disumani” rispose Mick.
“Noi non siamo umani” precisò Josef.
“Di cosa volevi parlarmi?” chiese il detective cercando di tagliare il discorso.
“Ho un lavoro per te”
“Ti ascolto”
Josef tirò fuori delle foto e le porse a Mick. Mick le prese tra le mani ed inizò a guardarle. Ritraevano un corpo completamente carbonizzato.
“E’ stato ritrovato in questo stato. Non si sa chi sia, né da quanto tempo sia morto”
“E questo cosa c’entra esattamente con me?” chiese Mick non riuscendo a seguire il discorso del suo amico.
“Era un vampiro” rispose preoccupato Josef.
Mick capì subito la serietà della situazione ed evitò di fare altre battute. Quando c’era di mezzo la morte di un vampiro la situazione non poteva essere sottovalutata.
“Dov’è il corpo ora?”
“E’ stato portato in obitorio. Guillermo lo sta analizzando per noi”
“Vado subito” rispose Mick uscendo nuovamente dal suo appartamento con in mano le foto che gli aveva dato Josef.

Guillermo stava praticando qualche incisione su uno dei corpi che avevano portato all’obitorio quando annusò un odore familiare.
“Mick St. John, ti stavo aspettando”
“Ciao Guillermo”
“Sei qui per la torcia umana?”
“Più che altro per la torcia vampira” puntualizzò Mick.
“Da quando Mick St. John è spiritoso?” chiese Guillermo.
“Lo è sempre stato, credo”
Guillermo scosse la testa ed andò a prendere il cadavere del vampiro carbonizzato per mostrarlo a Mick.
“E’ tutto tuo” disse mettendolo sul tavolo.
Mick si avvicinò al cadavere iniziando ad ispezionarlo per bene. Il cadavere era assolutamente irriconoscibile per colpa dell’azione del fuoco ma Mick notò qualcosa all’altezza del cuore.
“Cos’è questo?” chiese voltandosi per guardare Guillermo alle sue spalle.
“E’quello che resta di un paletto di legno dopo un incendio”
“Gli avevano conficcato un paletto nel cuore?”
“Esattamente” disse Guillermo.
Un paletto nel cuore di un vampiro non è mai una cosa rassicurante. Porta sempre dei guai, inevitabilmente.
“Un paletto nel cuore, le fiamme… chiunque sia stato sapeva esattamente che quest’uomo era un vampiro. E sapeva anche come ucciderlo”
“Direi proprio di si. Guarda queste” disse Guillermo porgendo un foglio di carta con i risultati di alcune analisi a Mick.
Mick prese il foglio ed iniziò a leggerlo.
“Tracce di argento?”
“Proprio così. Il suo sangue era pieno di argento”
“Questo non è un omicidio, è un massacro! Argento, paletto e fuoco è un biglietto in prima classe per l’inferno per noi vampiri” disse Mick sconvolto da tanta crudeltà.
“Già.. chiunque sia stato doveva avercela a morte con lui”
“Si sa qualcosa riguardo la sua identità?”
“Più di qualcosa amico.. Aveva dei documenti con sé”
Guillermo prese una carta d’identità da un cestino e la consegnò a Mick. Mick lesse il nome della vittima.
“Frank Williams”
“Il documento è falso ovviamente. Dovresti saperlo, noi vampiri tendiamo a cambiare spesso identità”
“Quanti vampiri ci sono qui a Los Angeles capaci di falsificare così bene dei documenti?”
“Io ne conosco soltanto uno. Lo stesso che aiuta te”
“Inizierò da lì allora, magari sarò fortunato” disse Mick accingendosi a lasciare l’obitorio.
“Hey Mick!” lo chiamò Guillermo.
“Si?”
“Non prendi qualche confezione di sangue?”
“Passo più tardi” disse Mick allontanandosi dalla stanza.
“Non dimenticartene!” urlò Guillermo.

Benjamin Talbot era ancora nel suo ufficio quando ricevette una telefonata.
“Pronto?”
“Ben, sono io” rispose dell’altra parte del telefono una voce che lui conosceva bene.
“Che succede Carl?”
“Ho bisogno che tu venga qui”
“Dove sei?” chiese Talbot.
“Sono sulla trentaseiesima, all’altezza del Jolly Club”
“Ok, dammi cinque minuti e sono da te”
Ben riagganciò subito il telefono ed uscì velocemente dal suo ufficio.
Passando per il corridoio chiamò due dei suoi uomini e chiese loro di andare con lui. Stranamente Beth non era una di loro.
“Beth, tu resta qui. Ti chiamo se ho bisogno di qualcosa” disse Banjamin.
“Ok” rispose Beth incredula ed un po’ irritata da quella situazione.
Talbot ed i suoi uomini uscirono dall’edificio, si infilarono in una macchina e partirono. Beth osservò la scena dalla finestra.
Appena l’auto girò l’angolo in fondo alla strada, Beth decise di entrare nell’ufficio del suo capo. Non aveva affatto digerito le sue dichiarazioni di qualche minuto prima sul conto di Mick ed era determinata a scoprire cosa sapeva realmente su di lui.
Fece in modo che nessuno degli altri suoi colleghi la vedesse e si infilò nell’ufficio di Talbot chiudendo la porta alle sue spalle.
Fortunatamente il computer era ancora acceso, così Beth riuscì ad accedere facilmente ai suoi documenti.
Dopo qualche minuto di attenta analisi dei documenti e di tutto il database non riuscì a trovare nulla riguardo a Mick. Era molto sollevata da questo. Magari Ben era solamente un po’ paranoico ma niente di più. Non aveva nessun dossier segreto su Mick St. John, né strane foto o strani appunti. Il suo computer era pulito.
Beth, rilassata, poggiò la schiena allo schienale della sedia e distolse lo sguardo dal monitor del computer poggiato sulla scrivania. Mentre vagava chissà dove con la mente, lo squillare del telefono la fece sobbalzare. Alzò la cornetta e rispose.
“Ufficio di Benjamin Talbot, mi dica”
“Beth” Era proprio Benjamin.
“Dimmi”
“Ascoltami bene, ho bisogno di una ricerca veloce su un nome in codice. Effettua un controllo incrociato nel database del mio computer. Il nome è Trikeball”
“Un attimo che prendo nota”
Beth prese una biro dal portapenne sulla sua destra e cercò un foglio di carta su cui appuntare quel nome. Sotto qualche libro trovò quello che cercava.
“T-r-i-k-e-b-a-l-l” disse mentre scriveva il nome sul foglio bianco.
“Fammi sapere appena puoi”. Disse Talbot chiudendo la telefonata.
Beth prese tra le mani il foglio su cui aveva scritto il nome e si accorse che non si trattava di un foglio, bensì di una serie di fogli legati tra di loro.
Voltando i fogli Beth si accorse che non erano fogli bianchi ma erano fogli su cui erano scritti una serie di nomi e cognomi di persone che lei non conosceva.
Girò qualche pagina tentando di riconoscere qualche nome e ricollegarlo a qualche caso precedente ma non vi riuscì. Arrivò all’ultima pagina dove due nomi in particolare attirarono la sua attenzione e la fecero cadere nel più grande panico possibile.
Gli ultimi due nomi della lista erano: Josef Kostan e Mick St. John.

“Mick St. John, da quanto tempo! Ti chiami ancora così vero? Non è che sei andato da qualcun altro per avere una nuova identità?”
“Il mio nome è sempre lo stesso” disse Mick all’uomo che si occupava di procurare documenti falsi ai vampiri di Los Angeles.
“Prendi” disse lui porgendogli un bicchiere di sangue fresco.
“Grazie” rispose Mick accettando il drink.
“Allora, qual buon vento…”
“Sto indagando su un caso di omicidio”
“Dimmi pure”
Mick estrasse dalla tasca il documento falso dell’uomo carbonizzato e glielo diede.
“Frank Williams” disse l’uomo osservando il documento.
“Ti dice qualcosa?”
“Certamente. Quest’uomo è stato da me circa otto mesi fa. Era il suo primo cambio d’identità. Era stato trasformato da poco meno di un decennio”
“Ricordi il suo vero nome?”
“Dammi un secondo”. L’uomo si allontanò dalla stanza dirigendosi verso quello che doveva essere il suo ufficio. Tornò da Mick poco dopo con un fascicolo in mano.
“Si chiamava Henry Gerrard” disse.
“Puoi dirmi qualcos’altro sul suo conto?” chiese Mick.
“Posso darti il suo indirizzo”
“Perfetto!” disse Mick prendendo carta e penna mentre l’uomo iniziava a dettare l’indirizzo della vittima.

Mick arrivò all’indirizzo che aveva ottenuto dal falsificatore di documenti e suonò il campanello della porta.
Nessuna risposta.
Provò a suonare ancora una volta ma niente.
Provò altre tre volte.
Nessun segnale di vita.. o di non-vita.
Non sentiva nessun odore provenire dall’interno dell’abitazione, quindi decise di fare irruzione. Con l’abilità di un ladro professionista riuscì ad aprire la porta d’ingresso ed entrò.
La casa era deserta, dentro non c’era nessuno. Mick osservò per bene tutte le stanze della casa cercando anche il più piccolo indizio senza però ottenere i risultati sperati.
L’ultima stanza rimasta era la camera da letto, o meglio, da freezer di Henry. Mick, prima di entrare, si fermò cercando di concentrarsi sull’odore per intuire cosa fosse accaduto qualche ora prima ma non riuscì a sentire niente. Era come se qualcuno avesse camuffato per bene gli odori in quella casa. La camera di Henry era in perfetto ordine. Accanto al freezer c’era una scrivania, sulla quale era poggiato un portatile.
Mick sollevò la parte superiore del portatile e premette il pulsante ON. Il computer si avviò arrestandosi pochi secondi dopo in una schermata celeste.
NICKNAME:
PASSWORD:
Per accedere serviva la password. Mick non aveva la minima idea di dove cercarla, poteva essere ovunque… e in nessun posto. Decise allora di prendere il computer ed uscire da quella casa. Conosceva una persona in grado di aiutarlo.

Josef era nel suo ufficio immerso nella lettura di un giornale, mentre due suoi dipendenti stavano lavorando al computer. Ad un tratto sentì qualcuno entrare nel suo ufficio e scattò in piedi.
“Beth, cosa ci fai qui?”
“Ho bisogno di parlarti”
“Ti ascolto” disse Josef senza prestare troppa attenzione.
“Non credo che dovrei parlarne davanti a loro” disse Beth sottovoce indicando i due dipendenti di Josef.
“Ragazzi, potete scusarci un attimo?” disse Josef invitando i suoi uomini ad allontanarsi per qualche minuto dall’ufficio.
I due uomini si alzarono dalle loro sedie e uscirono dalla stanza.
“Non sapevo cosa fare, non so più che pensare. L’avrei detto a Mick ma non voglio che si preoccupi troppo per nulla, né che lasci correre una cosa troppo importante. So benissimo che non sa come comportarsi in queste situazioni. E’ per questo che sono venuta da te”. Beth parlava molto velocemente ed il suo tono di voce era nervosissimo.
“Beth, calmati e spiegami cosa succede” disse Josef tentando di calmarla.
Beth tirò fuori dalla sua borsa dei fogli e li porse al suo amico.
“Ecco, guarda tu stesso”
Josef iniziò a scorrere la lista di nomi e rimase colpito dal fatto che conteneva i nomi di tutti i vampiri che conosceva, compreso il suo e quello di Mick.
“Dove l’hai presa?” chiese preoccupato.
“Era sulla scrivania di Talbot. L’ho fotocopiata di nascosto”
“Dannazione. Questa lista riporta i nomi di tutti i vampiri di Los Angeles, come diavolo è finita in mano a Talbot?” chiese incredulo Josef.
“Non ne ho idea” rispose Beth.
“Chiama Mick e digli di venire subito qui” disse Josef.

Mick era in macchina, diretto verso casa di Logan quando il suo IPhone squillò. Era Beth.
“Pronto?”
“Mick, devi venire subito qui”
“Beth, cosa è successo?”
“Vieni, poi ti spiego. Sono nell’ufficio di Josef”
“Stai bene?”
“Si, io sto bene. Devo parlarti, è urgente”
“Ok, arrivo subito”
Mick cambiò direzione improvvisamente provocando un brusco movimento della sua macchina. Beth gli era sembrata troppo preoccupata. Doveva essere successo qualcosa di importante. La cosa strana era che non si era nemmeno preoccupata di sembrare calma al telefono. Era troppo spaventata.

Mick giunse di corsa nello studio di Josef il quale, avendo avvertito il suo arrivo, rimase immobile dietro la scrivania. Beth, invece, scattò dal divano e corse ad abbracciarlo.
“Beth, stai bene?” le chiese lui.
“Si si, sto bene”
“Sicuro? Cosa diavolo è successo?” disse Mick guardando l’amico.
Josef gli porse la lista senza dire una parola, senza muovere un muscolo più del necessario.
Mick cominciò a scorrere i nomi e un paio di volte alzò lo sguardo verso Josef e Beth.
“Mi volete dire…… c’è Henry Gerrard” esclamò Mick prima di finire di leggere tutti i nomi presenti su quella lista.
“E chi sarebbe?” chiese Josef.
“Il vampiro carbonizzato. Il suo vero nome era proprio Henry Gerrard”
“Merda!” esclamò Josef. “Vai all’ultima pagina”
Mick girò i fogli, lesse gli ultimi due nomi e sprofondò nella sedia davanti alla scrivania. Beth era ancora in piedi di fronte a lui. Non gli aveva mai staccato gli occhi di dosso. Mick guardò Beth e Josef, cercando di assimilare il significato di quello che aveva tra le mani.
Ciò che leggeva nei loro occhi era paura , la stessa che sentiva crescere dentro di lui. Non paura di morire ma paura di perdere Beth. Non ora Dio, non ora, pensò.
“E’ la lista dei vampiri di Los Angeles?” si decise a chiedere ad un certo punto.
“Già e indovina dove l’ha trovata Beth?”
Mick si voltò verso la ragazza.
“Era nell’ufficio di Talbot” disse lei prima che egli potesse dire qualcosa.
“Dove l’ha presa?”
“Non lo so. Io l’ho trovata per caso sulla sua scrivania”
“Cosa diavolo centra Talbot in tutto questo!” Esclamò Mick
“Non lo so” rispose Josef
“Chi può conoscere tutti i vampiri di Los Angeles? Tu Josef li conosci tutti?”
“No e non so chi può essersi preso la briga di rintracciarci tutti”
“Secondo te che significa questa lista? Qualcuno ha deciso di schedarci?”
Josef guardò velocemente Beth prima di rispondere a Mick.
“Non lo so ma sicuramente non significa niente di buono. Qualcuno è già morto”
Beth non potè reprimere un gemito e si voltò dirigendosi al divano.
“Ok. Oggi Talbot ha cominciato a farmi domande su di te” disse la ragazza girandosi e puntando gli occhi su Mick
“Cosa voleva sapere?”
“Mi ha chiesto solamente come mai ti trovi sempre sulla scena dei crimini su cui indaga. Che intendi fare?”
“Non lo so… abbiamo bisogno di tempo per capire”
“No!” esclamò Beth determinata “Tempo non ce n’è. Adesso voi due fate le valige e andate via… io cercherò di scoprire qualcosa da Talbot”.
Beth stava per partire per una delle sue crociate, pensò Mick, e non potè fare a meno di sorriderle dolcemente nonostante la situazione in cui si trovavano.
“Vacci piano. Io e Josef siamo gli ultimi della lista, abbiamo tempo. Dobbiamo aspettare” disse Mick cercando di alleggerire l’atmosfera. Sapeva benissimo che i vampiri non sarebbero stati uccisi in ordine ma almeno quella frase era servita a calmare Beth.
“Aspettare cosa? Vuoi farci ammazzare tutti?” intervenne Josef nervosamente.
“Non sappiamo né chi sia il responsabile, né il perché. Vuoi uccidere tutti gli umani del pianeta?”
“Umani?” chiese Josef. “Non mi dirai che..”
“Proprio così. Henry è stato ammazzato da un umano. Su di lui non c’era odore di nessun vampiro”
“Qual è la prossima mossa allora?” chiese Josef, dopo qualche secondo di silenzio, ancora contrariato dalla decisione di Mick.
“Ho il portatile di Henry, lo stavo portando da Logan. Magari troveremo qualche traccia
dell’assassino”
“Lo spero”

Logan era intento a giocare, come suo solito, a Guitar Hero quando Mick citofonò a casa sua. Lui guardò nel monitor per vedere chi fosse ed aprì la porta.
“Ho bisogno del tuo aiuto” disse Mick entrando.
“Guarda come sono bravo, anche senza guardare” disse Logan sull’onda dell’entusiasmo per la sua bravura in quel videogame.
“Logan, stammi a sentire. E’ piuttosto urgente” lo rimproverò Mick.
“Io non aiuto mai nessuno gratis” disse Logan mettendo in pausa il gioco.
Mick fece una smorfia ed estrasse dal portafogli una banconota mettendola tra le mani del suo personalissimo esperto informatico.
“Ok, così va meglio” disse Logan. “Di cosa si tratta?”
“Devi riuscire ad accedere a questo computer. E’ protetto da password e non riesco ad entrare” spiegò Mick dando il computer di Henry al suo amico.
“Un gioco da ragazzi” scherzò Logan. “Dammi solo il tempo necessario”
“Quanto ti serve?”
“Credo di riuscirci prima che faccia buio”
“Tienimi informato” disse Mick uscendo dalla stanza.

La sera calò su Los Angeles. La luce lasciò il posto al buio.
Mick rientrò a casa di Beth dopo l’intera giornata passata fuori. Logan ancora non l’aveva chiamato. Probabilmente ci voleva più del previsto ad bypassare il sistema.
Aprendo la porta, Mick si accorse che Beth stava dormendo sul divano con la tv accesa. Entrò senza far rumore e posò la sua giacca all’appendiabiti vicino alla porta. Si avvicinò allo scaffale in cui teneva la roba da vampiro, prese una bottiglia di sangue e, dopo averne versato un po’ in un bicchiere, iniziò a berlo. Dopo una giornata intera passata a dare la caccia a qualcuno aveva davvero bisogno di un po’ di sangue. D’altronde era sempre un vampiro.
Nonostante i suoi sforzi per fare il tutto nella maniera più silenziosa possibile, Beth si svegliò.
“Hey” disse Mick vedendola aprire gli occhi.
“Hey” rispose Beth.
“Cosa stai guardando di tanto noioso?” chiese Mick scherzando.
“Una serie tv della CBS, The Ex-List. Credo di non aver mai visto uno show tanto noioso. E pensa che per mandarlo in onda hanno persino cancellato uno show seguito da otto milioni di persone che parlava di vampiri” spiegò Beth.
“C’era una serie su noi vampiri seguita da otto milioni di persone? Wow” disse ironico Mick. Ci voleva un po’ di spensieratezza dopo una giornataccia del genere.
“I vampiri sono cool in questo momento”
“Sul serio?” chiese Mick curioso.
“Già. Tutto merito di un libro che parla di una famiglia di vampiri. I Cullen”
“Cullen come Edward Cullen?” chiese Mick.
“Si, proprio lui. L’hai letto?”
“No, lo conosco di persona”
“Stai scherzando?” chiese Beth cambiando espressione.
“Niente affatto. Ha vissuto qui a Los Angelese per qualche anno”
“Pensavo fosse solo frutto della fantasia la sua storia” disse Beth confusa.
“Pensavi lo stesso anche dei vampiri fino a qualche mese fa” rispose Mick.
“Non vi da fastidio essere sotto i riflettori per colpa di questo libro?” chiese la ragazza.
“Fin quando la nostra pelle non luccica al sole siamo al sicuro” rispose Mick scherzando ancora. Aveva ormai cacciato via dalla sua testa tutti i problemi di quella intensa giornata. Voleva solo stare insieme a Beth. Alla sua Beth.
Mick prese il telecomando e, premendo il pulsante rosso, spense il televisore.
“Hey, io stavo guardando la tv!” protestò Beth.
“Ah si? Non mi sembrava” ridacchiò Mick.
“E perché l’hai spenta?” chiese lei.
“Avevo in mente di fare qualcosa di diverso”
“Definisci diverso” disse maliziosa la ragazza.
Mick le si avvicinò e le accarezzò i capelli, spostandone una ciocca dietro l’orecchio. Beth lo guardò negli occhi senza dire niente. Il suo cuore iniziò a battere all’impazzata. Lui riusciva a sentirlo. In quel momento per lui era il suono più romantico che potesse ascoltare, una dolce melodia.
Pian piano Mick chiuse gli occhi e portò le sue labbra a sfiorare quelle di Beth.
Anche Beth aveva chiuso gli occhi.
Proprio nel momento in cui le labbra di lui toccarono quelle di lei il telefono di Mick squillò rompendo la magia che si era creata in quell’istante. I due riaprirono gli occhi e si guardarono sorridendo, come se fossero stati beccati da qualcuno a fare chissà cosa. Si sentivano complici.
Mick prese il suo cellulare e rispose.
“Pronto?”
“Mick ce l’ho fatta!”
“Logan, che tempismo!”
“Come dici?”
“Lascia stare, sto arrivando”
Mick riagganciò il telefono e vide dinanzi a sé Beth che lo guardava.
“Devo andare” disse lui tentando di giustificarsi.
“Lo so” rispose lei.
“Mi dispiace”
“Non fa niente, so quanto rischiate. L’unica cosa che mi importa in questo momento è riuscire a trovare quell’assassino”
“Ci vediamo dopo” chiuse lui uscendo dall’appartamento.

“Cosa speri di trovare esattamente in questo computer?” chiese Logan a Mick che era piombato velocemente a casa sua.
“Una traccia qualsiasi dell’assassino di Henry Gerrard” rispose Mick.
“Allora.. vediamo…”
Logan iniziò a digitare alcune parole su una schermata nera del pc. Mick non aveva mai capito cosa significassero tutti quei codici, ma si fidava del suo amico.
“Nei documenti niente di interessante” commentò tra sé il giovane.
“Prova a vedere se c’è qualcosa da decriptare, qualche file ben nascosto nell’hard disk” disse Mick.
“Niente di niente” rispose Logan.
“Hai controllato le e-mail?”
“Non ancora”
“Prova, magari troviamo qualcosa di interessante”
Logan riuscì ad accedere all’archivio delle e-mail ricevute da Henry e, finalmente riuscì a trovare una traccia. O meglio un grosso indizio.
“Bingo!” esclamò.
“Trovato qualcosa?” chiese Mick.
“Leggi questa”
Mick iniziò a leggere un’e-mail ricevuta il giorno precedente da Henry.
“…non avresti dovuto. Inizia a pregare vampiro, vengo ad ucciderti. La strage è già cominciata!”
Le parole di quella e-mail erano davvero sconvolgenti. Non erano semplici minacce di morte. La minaccia era la strage, la persecuzione.
“Tu sai di cosa diavolo sta parlando?” chiese Logan preoccupato.
“C’è una lista con i nomi di tutti i vampiri di Los Angeles che, evidentemente, è finita nelle mani sbagliate”
“Merda” si limitò a commentare Logan.
“Scopri chi ha mandato quella e-mail ad Henry”
Logan si rimise subito a lavoro sulla tastiera del suo computer.
“Allora.. l’email è stata inviata da una zona vicino alla spiaggia. Ecco l’indirizzo preciso” rispose Logan mostrando un indirizzo a Mick.
“Non puoi scoprire chi è stato?”
“Per questo dovrei chiederti un pagamento extra ma per questa volta faccio finta di niente” disse Logan tornando a premere i tasti sulla tastiera. “L’e-mail è stata inviata da un certo Adam Haley”

Mick si fiondò subito all’indirizzo fornitogli da Logan. Parcheggiò l’auto davanti la casa e, senza nemmeno provare a bussare, fece irruzione.
La casa era vuota, ma l’odore di sangue era fortissimo. Mick riusciva a sentirlo nell’aria. Sapeva perfino a quale gruppo sanguigno appartenesse. Seguì la scia che tanto lo attraeva ed arrivò in cucina. La scena alla quale dovette assistere, però, era disgustosa.
Un corpo esanime era steso sul pavimento e la sua testa era a qualche metro di distanza completamente staccata dal corpo. Il sangue sparso per tutta la stanza era tantissimo.
Ed era umano.
Mick si avvicinò al corpo ed iniziò a rovistare nelle sue tasche da cui estrasse un documento.
L’uomo, la cui foto combaciava perfettamente con la testa trovata a qualche metro di distanza, si chiamava Adam Haley.

“Quindi mi stai dicendo che l’assassino è stato a sua volta ucciso” disse Josef cercando di trarre una conclusione dal discorso che gli stava facendo Mick.
Il detective era andato di corsa a casa del suo migliore amico subito dopo aver scoperto il corpo di Adam Haley.
“Proprio così. Quando sono arrivato a casa sua era troppo tardi”
“Maledizione. Adesso cosa hai intenzione di fare?” chiese il più anziano dei due con lo sguardo rivolto verso una vetrata immensa che si estendeva lungo tutta una parete del suo appartamento.
“Bisogna aspettare la loro prossima mossa” rispose Mick.
“Vuoi che un altro di noi venga ucciso? Potresti anche essere tu”. Josef si voltò di scatto guardando negli occhi il suo amico.
“Non abbiamo niente in mano. Non possiamo fare altro”. Era proprio così: non c’era nessuna traccia che potesse portare a qualche nome.
“Speriamo solo che questo non sia l’inizio di una nuova caccia alle streghe con i vampiri al posto delle streghe”

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